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Prohibition

Al mondo sono pochi i paesi ad aver legalizzato l’uso terapeutico della cannabis (Australia, Canada, Cile, Colombia, Germania, Grecia, Israele, Italia, Paesi Bassi, Perù, Repubblica Ceca, Regno Unito e Stati Uniti, con 31 stati federali aderenti) e sono ancora di meno quelli ad aver legalizzato l’uso ricreativo della sostanza stessa. Alcuni stati prevedono la depenalizzazione per l’uso personale, mentre altri pongono “limiti” sia sulle quantità ammesse sia sulla % di THC che può contenere ogni singola dose personale. Insomma, un po’ in giro per il mondo, in base a dove si va, è possibile che questa sostanza sia legale, tollerata o illegale, anche con pene molto restrittive; ad esempio, in Indonesia è meglio non attirare attenzione se si fa uso di cannabis, altrimenti si rischia la pena di morte, così come in Arabia Saudita c’è la fustigazione. 

Ma come mai la pianta più popolare al mondo è, allo stesso tempo, anche la più criminalizzata?

Dove affondano le radici di tanta repressione, volta a frenare il consumo di cannabis e l’utilizzo di canapa?

 

 

Eppure la cannabis è una pianta dalle mille risorse, è usata nel settore alimentare e in quello automobilistico, con questa si possono creare bio-carburanti e bio-platiche, è usata nel settore tessile e anche in quello della cosmetica, oltre che nel settore sanitario. La canapa è utilizzata come nanomateriale per stoccare l’energia e apporta tantissimi benefici per l’ambiente, dal momento in cui la filiera della canapa non produce rifiuti realmente inquinanti o difficili da smaltire e non causa danni ecologici, apportando contemporaneamente un miglioramento nell’ambiente in cui viene coltivata.

 

 

Perché dunque gira così tanto proibizionismo intorno a questa sostanza?

E soprattutto perché proprio nel 1937 l’America ha avviato una battaglia a favore della proibizione di questa pianta?

Perché poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale si produceva “normalmente” e liberamente canapa?

Facciamo un passo indietro, partendo dalle origini.

Si pensa alla cannabis come una pianta da sempre illegale, ma in realtà è da meno di un secolo che a livello globale si è diffusa la grande macchina del proibizionismo e sono almeno 10.000 anni che è coltivata (alcune prove sono nelle grotte dell’odierna Romania o nell’isola del Taiwan).

Nata probabilmente in Asia Centrale, la cannabis è utilizzata per scopi medici, spirituali, religiosi o ricreativi (tramite inalazione o vaporizzazione) da almeno 5.000 anni. Ancor prima gli Ariani fumavano e potrebbero essere stati proprio loro ad insegnare le proprietà della cannabis sia ai popoli indiani (probabilmente ci si riferisce alla cannabis quando nei “Veda”, i testi sacri indù, si parla di allucinogeni intossicanti) che agli antichi assiri. Un trattato di farmacologia cinese attribuito all’Imperatore Shen Nung, datato 2737 a.C., contiene il primo riferimento all’utilizzo della cannabis come medicina.

Gli Antichi Greci amavano e idealizzavano il vino e non utilizzavano la marijuana per uso ricreativo, ma ci sono molti testi che attestano i loro commerci con popoli che mangiavano o inalavano la cannabis. Erodoto, noto storico greco antico, nel 5 a.C. scrive che gli sciti (popolazione seminomade di origine iranica) coltivavano e poi vaporizzavano la cannabis. In un’altra occasione, sempre Erodoto scrive che gli abitanti di alcune isole mediterranee buttavano la cannabis al fuoco e poi, “seduti intorno in circolo, inalano e vengono intossicati dall’odore, proprio come i Greci col vino, e più se ne butta più diventano intossicati, fino a che si alzano e ballano e cantano”.

Altri passaggi di Plinio, Marco Polo, Abu Mansur Muwaffaq (psicologo) e il libro “Le mille e una notte” dimostrano senza ombra di dubbio che la cannabis era coltivata sia per la sua fibra sia per le sue proprietà psicoattive in tutta l’Asia, nel Medio Oriente e i gran parte dell’area del Mediterraneo sin dalla notte dei tempi. Ad esempio le vele delle navi dei Fenici erano di fibra di canapa, così come le vele delle caravelle di Cristoforo Colombo alla fine del quindicesimo secolo, più tardi dopo.

La data in cui la cannabis è stata introdotta in Europa centrale, settentrionale e occidentale è sconosciuta, ma probabilmente risale ad almeno 500 anni prima di Cristo, in quanto a Berlino è stata ritrovata un’urna contenente foglie e semi di cannabis risalente a circa 2.500 anni fa. Sempre qualche secolo prima di Cristo, prima dell’avvento dell’Impero Romano, vari popoli europei come i Celti e i Pitti coltivavano e utilizzavano cannabis.

Da allora in poi, in Europa la coltivazione della cannabis è stata comune, se non massiccia, per secoli. Vestiti di canapa sono stati comunissimi in Europa centrale e meridionale per secoli. Ma gli europei conoscevano, ovviamente, anche le potenzialità ricreative della pianta. Nonostante nel 1484 una bolla papale ne vietò l’uso ai fedeli, Francois Rabelais ne scrive ampiamente nel sedicesimo secolo. Nei secoli successivi, nonostante la condanna della Chiesa, l’utilizzo della cannabis a scopo ricreativo divenne una vera e propria moda tra gli intellettuali, tanto che a Parigi nacque il “Club des Hashischins”, o “Club dei mangiatori di hashish”, frequentato da poeti e scrittori del calibro di Victor Hugo, Alexandre Dumas, Charles Baudelaire, Honoré de Balzac e Théophile Gautier.

Dall’antichità fino all’industrializzazione, la canapa è stata utilizzata anche per fare la carta. La celeberrima “Bibbia di Gutenberg, il primo libro stampato in Europa con la tecnica dei caratteri mobili, fu stampata nel 1453 su carta di canapa importata dall’Italia per l’occasione.

L’uso della cannabis era diffuso anche in Africa secoli prima della colonizzazione europea. Nel continente nero la cannabis era coltivata, utilizzata come fibra e come medicinale, inalata e a volte venerata in aree diversissime: dal Sud Africa al Congo, al Marocco.

 

 

Nel diciottesimo secolo, la cannabis era diffusissima in Nord America. La maggioranza dei terreni del fondatore degli Stati Uniti, George Washington, erano ricchi canapa. Nel 1850 negli Stati Uniti c’erano 8.327 piantagioni di canapa (ogni piantagione aveva come minimo 2000 acri di terreno), utilizzate soprattutto per la produzione di fibra.

Insomma, pare che da sempre la pianta di marijuana sia apprezzata e usata, specie in Italia che è stata per secoli un’importante produttrice di cannabis. Il clima della penisola è particolarmente favorevole alla coltivazione di questa pianta e, in particolare, i contadini italiani producevano Cannabis per due ragioni. Da una parte, perché cresceva su terreni difficili da coltivare con altre piante industriali (terreni sabbiosi e zone paludose nelle pianure dei fiumi), dall’altra, perché c’era sempre bisogno di piante “oleose” (sativa, luce), “fibrose” (tessili, carta, corde) e di mangime (foglie) per il bestiame produttivo. Eccelsero tra le terre da canapa Bologna e Ferrara.

Ecco che entrano in gioco gli interessi, specie degli uomini più potenti, perché la produzione di fibre tessili e di oli sativi aumentava e diventavano materiali sempre più costosi e, in più, esisteva l’esigenza di materie prime contenenti molta cellulosa da cui poter ricavare esplosivi ottenuti producendo nitrocellulosa. Inoltre si percepì la possibilità di usare la canapa anche per le automobili, così la Marijuana Tax Act (1937) negli USAdiede il colpo di grazia alla coltivazione della canapa, con una vergognosa campagna di stampa, mettendola al bando. 

Ma le bugie sulla cannabis, almeno quelle create ad arte appositamente per screditare questa pianta agli occhi dell’umanità, iniziarono ben prima.

Erano i primi del 1900 in America quando in Texas e in Louisiana iniziarono a diffondersi le piantagioni di cannabis ed i suoi fiori venivano fumati da giovani viaggiatori, dai messicani residenti e dal nascente movimento della musica jazz. Già nel 1910 i bollettini della Commissione per la Sanità Pubblica di New Orleans scrivevano ripetutamente che la “marijuana è la più pericolosa sostanza mai apparsa nella zona ed i suoi nefasti effetti possono trasformare i buoni uomini bianchi in neri e cattivi”. E nel gennaio del 1919 il governo federale degli Stati Uniti ratificò, tramite il XVIII emendamento, la legge per cui “la produzione, la vendita e il trasporto di alcolici viene vietata”. La maggioranza dei cittadini statunitensi dissentirono fortemente. Molti non smisero di bere. E’ vero che nel giro di quattro anni la media nazionale dei consumi alcolici crollò da ventisette litri a quattro litri a persona, ma molti continuarono a far uso di alcolici illegalmente, ritrovandosi in appositi bar clandestini. Intanto si continuava ad accusare pseudo-scientificamente la cannabis di far diventare le persone violente e di farle impazzire o morire. Di riflesso, in gran parte del resto del mondo negli anni seguenti venne bandita. Il direttore del Federal Bureau of Narcotics americano, Harry J. Anslinger, era uomo ambizioso, razzista e bigotto, che giustificò la proibizione con le seguenti parole:

“Negli Stati Uniti d’America ci sono 100mila fumatori di marijuana. La maggior parte di loro sono negri, ispanici, filippini e artisti”. A quei tempi iniziarono a girare pubblicità e manifesti che letteralmente distorcevano la realtà di quelli che sono gli effetti della cannabis:

“La marijuana è la strada più breve per il manicomio, fuma la marijuana per un mese e il tuo cervello non sarà niente più che un deposito di orridi spettri, l’hashish crea un assassino che uccide per il piacere di uccidere.”

“Musica satanica, il jazz, lo swing, sono il risultato dell’uso di marijuana. La marijuana provoca nelle donne bianche il desiderio di intrattenere rapporti sessuali con negri, artisti e altri”.

“La prima ragione per mettere la marijuana fuori legge è il suo effetto sulle razze degenerate. La marijuana è una droga che provoca assuefazione e produce negli utilizzatori insanità, criminalità e morte”.

“La marijuana porta al lavaggio del cervello pacifista e comunista”.

“Gli spinelli inducono i negri a pensare che sono come gli uomini bianchi”.

“Fuma uno spinello e probabilmente ucciderai tuo fratello”.

 

 

 

“La marijuana è la droga che più ha causato violenza nella storia dell’uomo”.

Oltre al bigottismo, dietro alla campagna proibizionista c’erano, come già detto, interessi puramente economici. La famosa casa editoriale/cartaria Hearst, la maggior sostenitrice tramite i suoi quotidiani della campagna anti cannabis, aveva appena effettuato enormi investimenti sulla carta da albero. Contemporaneamente la DuPont brevettò il Nylon. Secondo alcuni studiosi tutte queste non furono semplici coincidenze e le case automobilistiche diventavano sempre più ricche. Non era più necessario rifornirsi di materiali, tra l’altro costosi, come la canapa.

I giornali di Hearst portarono avanti per anni una enorme campagna di disinformazione e propaganda proibizionista contro la cannabis, attribuendole falsamente una miriade di “mali sociali”, dagli assassini, al comunismo, al pacifismo, all’infedeltà coniugale, ai rapporti sessuali tra “donne bianche e razze inferiori”. 

“Tre quarti dei reati in questo paese sono causati dalla marijuana”, affermavano.

In Italia fu il Fascismo ad inaugurare la lunga stagione del proibizionismo, i cui strascichi si trascinano fino ad oggi. Negli anni trenta infatti il regime fascista di Benito Mussolini dichiarò l’hashish come “nemico della razza” e “droga da negri”, dando così l’avvio ad una campagna nazionale contro la sostanza. Nel 1931 Giovanni Allevi dava alle stampe un libro studiato poi dai laureandi in medicina degli anni della guerra, Gli Stupefacenti, dove la tossicomania veniva presentata come un problema razziale, proprio per invitare anche i medici ad abbandonarla.

Sono passati molti anni eppure le bufale continuano a girare e questo argomento continua ad essere un tabù.

Nel nostro Paese, anche in anni recenti, le bugie, la falsità e le inesattezze sulla cannabis vengono spesso riprese e riportate dai media, che sia per superficialità o per mal celata voglia di disinformare poco importa, visto che l’effetto è lo stesso. Dalla questione dell’Amnesia su cui ha sguazzato un po’ tutta la stampa nazionale, a quella della cannabis Ogm per arrivare al “coma per overdose di hashish”. Smentirle serve per segnalare ciò che accade, ma quando certe notizie iniziano a girare, il danno ormai è già stato fatto.

 

 

 

Oggi, catapultati in questo mondo che di colpo ha scoperto la “post-verità”, non è poi cambiata di molto la situazione. Frottole, bugie, bufale, falsità e fake news ci sono sempre state, la differenza è che con internet, per le istituzioni che hanno sempre cercato di controllare e dirigere l’informazione, il compito è ormai quasi impossibile.

Questa è la situazione, a cui si è legato tutto il mondo, con proibizioni estremiste e con estremi controlli. 

Attualmente il termine proibizionismo si riferisce a quel particolare orientamento ideologico e legislativo che tende a vietare l’uso di alcune sostanze in base alla loro presunta o accertata pericolosità. Esso discende dall’idea che le organizzazioni e gli stati abbiano il dovere di proteggere la società civile ed la salute del cittadino dalle conseguenze delle sostanze stesse. Limitando cioè la Libertà individuale per motivi di salute, ordine pubblico, morale, o rispetto di “tradizioni” e/o religioni. Date queste premesse, non stupisce che la discussione sulla proibizione di determinate sostanze sia all’ordine del giorno.

Oggi in molti paesi al mondo si pratica il proibizionismo. In alcuni Paesi a maggioranza musulmana l’alcol è ancora vietato. In quasi tutti i Paesi del mondo, ad essere proibito è il consumo di droghe leggere. In molti Paesi, il consumo di droghe è proibito anche in ambito privato, e la vendita, l’acquisto e/o il possesso di queste sostanze sono reati. In alcuni Paesi, il crimine è punito con la morte.

Come negli Usa quasi un secolo fa il proibizionismo fallì, perché nacquero gruppi di contrabbando, anche oggi si può dire che il proibizionismo ha fallito!

Come illo tempore esistevano malumori e disordini dettati dal gangsterismo, oggi, oltre ai gangester in Italia esiste la camorra e le attività illecite sono lasciate a chi pensa di non avere nulla da perdere.

Ci definiremo liberi solo quando ci daranno la possibilità di scegliere cosa vogliamo fare, ci sentiremo liberi quando non ci saranno altre persone a dover fare un lavoro sporco. Libertà quando lo Stato smetterà di prenderci in giro solo per i suoi sporchi comodi.

Libertà quando divulgheranno notizie vere, anche perché, facendo così, non gli crediamo più.

Libertà quando si combatteranno mali più grandi che affliggono la società e soprattutto libertà quando saremo liberi.

La legalizzazione potrebbe:

* colpire la criminalità togliendoli un business miliardario

* liberare il consumatore da problematiche penali e legali

* garantire un diritto sociale al cittadino (autoproduzione personale)

* permettere al Governo di tassare e regolamentare l’eventuale commercio della sostanza ed usare le immense entrate per educare i cittadini sui rischi. Il Governo potrebbe fornire adeguate informazioni (magari già a scuola) sui rischi per la salute che si corrono assumendo diverse droghe. Inoltre, calcolando attentamente i prezzi da proporre tramite tassazione, i governi potrebbero guidare i consumatori attraverso la strategia della “riduzione del danno”. Le risorse ottenute dalle tasse e risparmiate sulla “lotta contro la droga” permetterebbero ai governi di gestire al meglio la spesa pubblica sulla tematica di supporto, informazione e riduzione del danno.

*vi è dunque una necessità di depenalizzare totalmente la coltivazione e la detenzione personale di qualsiasi sostanza anche al fine di recuperare una riflessione, interrotta purtroppo anni fa, sul concetto di riduzione dei “rischi” e dei “danni” derivanti dalle sostanze e, ancor di più, dal proibizionismo.

Legalizzando le droghe, il consumo aumenterebbe?

No. E’ dimostrato dai paesi che hanno già legalizzato, come i Paesi Bassi (Olanda), o dal fatto che negli ultimi anni il consumo di sigarette (tabacco) è in calo nella maggioranza dei paesi occidentali nonostante il tabacco sia legale. Nei Paesi Bassi, i consumatori abituali di droghe leggere sono meno che in Italia, Germania, Spagna o Gran Bretagna. 

In Olanda il numero dei morti per droga (in proporzione al totale della popolazione) è minore che della media UE (fonte: European monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction) e il Governo olandese può supportare circa il 90% dei tossicodipendenti con programmi di disintossicazione.

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